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Le comunità agricole delle regioni tropicali hanno dovuto affrontare un
problema di base estremamente grave: l’estrema fragilità e la povertà
del terreno agrario rispetto a quello della regione europea. Nella
fascia tropicale, dove sono insediati ecosistemi tra i più produttivi
della biosfera, la vita delle comunità agricole è estremamente stentata
a causa proprio delle condizioni del substrato. Le piogge, se si hanno,
sono sempre a carattere torrenziale e concentrate in una stagione più o
meno lunga. Questo dilagamento e le alte temperature impediscono la
formazione di un humus fruttabile da un punto di vista agricolo. D’altra
parte dove prevale il clima arido-secco la coltivazione è possibile solo
se esiste una qualche forma di irrigazione. Questa deve però essere
molto controllata.
Tuttavia, nonostante queste difficoltà ambientali, le comunità umane
sono riuscite nel corso dei secoli a modificare parzialmente o a
sostituire completamente gli ecosistemi originari creando dei paesaggi
agrari estremamente diversi.
L’agricoltura itinerante ancora domina gran parte dell’Africa nera. Ad
essa sono dovute importanti modificazioni dell’ambiente forestale
primario. Ne deriva un tipo di paesaggio agrario estremamente poco
differenziato: cioè i territori in cui viene praticata sono poco
organizzati dal lavoro delle popolazioni locali che d’altra parte non
formano vere e proprie comunità rurali.
Poiché non si pratica nessuna forma di allevamento del bestiame, gli
agricoltori itineranti non sono in grado di reintegrare la già bassa
fertilità dei terreni che strappano alla foresta tropicale. Dopo cicli
assai brevi di sfruttamento ad appezzamenti (dopo circa due o tre al
massimo) sono costretti ad abbandonare il territorio dove, nei casi più
fortunati, si riforma la foresta tropicale diradata dai coltiva- tori.
Le abitazioni di questi seguono di anno in anno gli appezzamenti,
estremamente irregolari (perché ricavati col fuoco), sottoposti alla
coltivazione della manioca, una coltura che mantiene un aspetto
semi-forestale, o del sorgo o del mìglìo quando la coltura è fatta ai
margini della savana.
È un tipo di agricoltura che richiede grandissimi spazi e popolazioni
agricole assai, poco dense. Un “ villaggio “ di coltivatori itineranti
richiede una media di 300 ettari di terreno per sopravvivere. Di questi
poi la coltivazione vera e propria è ridotta a circa 25 ettari mentre
sul resto del territorio si pratica l’antichissima economia di raccolta.
Nell’Africa nera normalmente le società rurali ignorano l’allevamento
del bestiame ma quando, per ragioni storiche, taluni gruppi etnici
vengono in contatto con popolazioni pastorali, come ad esempio
nell’Africa orientale, si può sviluppare una sorta di agricoltura
sedentaria.
Lo stesso accade nel Centro-Sud America dove -dopo l’introduzione di
bovini da parte degli Spagnoli le popolazioni che prima praticavano
l’agricoltura itinerante sono divenute sedentarie. Con il concime
animale disponevano infatti di un potente mezzo per reintegrare la
fertilità degli appezzamenti coltivati.
Prende forma allora un vero e proprio paesaggio agrario minuziosamente
-organizzato, coi suoi percorsi ed i suoi campi dai confini definiti.
Viene sempre sfruttata però una vasta zona, in maniera concentrica, con
il sistema itinerante. (Per un raggio di 5-6 Km).
Molto importanti in questo tipo di paesaggio divengono i pozzi per le
irrigazioni. Spesso ciascun gruppo familiare coltiva nei pressi delle
abitazioni orti o giardini che concima con i rifiuti giornalieri, perché
i preziosi escrementi animali sono riservati ai campi coltivati a miglio
o ad altri grani che sono alla base dell’alimentazione. In molte
montagne africane, nel Camerun ad esempio e nel Madagascar, alcune
società rurali che praticano l’agricoltura sedentaria hanno organizzato
il loro territorio secondo un paesaggio che ricorda molto quello del
boccage europeo; esso si presenta come uno scacchiere abbastanza
regolare di campi cintati.
L’allevamento del bestiame e la coltivazione dei campi sono condotti
sullo stesso territorio in parti diverse e separate dai recinti. Ciascun
agricoltore è anche allevatore e non dipende dalla collettività per la
provenienza del letame come accadeva nel primo caso. Inoltre le
abitazioni dei coltiva- tori sono disperse su tutto il territorio,
mentre nel primo caso descritto si aveva un tipo di insediamento a
villaggio abbastanza concentrato. Sembra quasi ripetersi lo schema
europeo dei campi aperti e dei campi chiusi. Nei paesi tropicali il tipo
di paesaggio agrario che permette di nutrire una popolazione rurale
estremamente densa è quello dell’agricoltura irrigata. Mentre
nell’agricoltura sedentaria africana e sud-americana, di tipo secco, ha
grande importanza la concimazione, nell’agricoltura irrigata diffusa in
tutto il Sud e l’Est asiatico il ruolo principale è assunto dalla
disponibilità d’acqua. L’acqua è indispensabile per permettere la
crescita di piante acquatiche alimentari, come nella risicoltura, che
avendo la caratteristica di un ecosistema palustre è estremamente
produttiva. Nelle regioni più aride l’acqua serve per prolungare e
accrescere il periodo vegetativo delle colture, evitando che l’avvento
della stagione secca interrompa il ciclo dal normale sviluppo delle
piante.
Questa differenza sostanziale nell’uso dell’irrigazione crea due tipi di
paesaggio agrario estremamente diversi. La civiltà del riso ha creato il
suo singolare, minuzioso paesaggio agrario sulle piane o le zone con
basse colline fratturando in due settori netti il territorio delle
regioni tra l’india orientale e la Corea: le alture, montagne o colline
dove si trovano indisturbati gli ecosistemi forestali originari,
disabitati e pochissimo frequentati dall’uomo, e le pianure dove il
paesaggio naturale è scomparso per lasciare luogo alla piana risicola ed
ai suoi complicati sistemi di canalizzazione e di raccolta delle acque,
dovuti al lavoro incessante di una popolazione rurale che è la più densa
del mondo (da 600 a 1.500 abitanti per chilometro quadrato).
Nel caso delle risaie asiatiche l’unità di insediamento umano è il
tipico villaggio accentrato, circondato da una cortina d’alberi; ogni
abitazione è provvista di un giardino cintato dove sono coltivati agrumi
(aranci, pompelmi).
A parte questa poca vegetazione la risaia è l’unico aspetto di questo
paesaggio agrario; mancano completamente pascoli o boschi e d’altronde
il bestiame è pochissimo usato per il lavoro in risaia. Il valore
alimentare di una coltura così condotta è altissimo: un ettaro di risaia
produce 7 milioni e mezzo di calorie. Lo stesso territorio sfruttato a
pascolo e trasformato in latte non ne produrrebbe che mezzo milione.
Infine il paesaggio agrario dato dai sistemi di irrigazione nelle zone
tropicali con meno di 500 mm all’anno di pioggia è localizzato ai piedi
di zone montagnose ed è noto anche col nome di paesaggio dell’oasi.
Questo tipo di paesaggio agrario si ritrova nelle regioni asiatiche
occidentali, più aride, ma si spinge anche nelle zone steppiche e
desertiche del Sahara africano. In realtà esistono vari tipi di
paesaggio d’oasi, ma questo insediamento rurale presenta una
caratteristica comune a tutti: una zona coltivata ristretta e la
necessità di rendere l’irrigazione (e quindi la disponibilità d’acqua)
continua durante tutto l’anno. La scarsità dello spazio coltivabile
obbliga il coltivatore a sovrapporre le colture, sfruttando in tal modo
l’ombra prodotta da quelle di tipo arboreo per coltivare ai loro piedi
orzo, fagioli, cipolle e qualche altra verdura poco esigente.
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