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In tutti i diversi
tipi di paesaggio agrario che si ritrovano nel Vecchio Continente si
possono riscontrare alcuni tratti fondamentali comuni che permettono di
raggrupparli assieme nonostante le notevoli diversità ambientali e
geografiche che presenta l’Europa.
A partire dai pri-mi gruppi di agricoltori neolitici, giunti in Europa
attorno al IV millennio avanti Cristo, già si riscontrano aspetti
fondamentali che si sono in parte conservati sino ai giorni nostri. Nel
caso dell’agricoltura europea si tratta di cerealicoltura associata
all’allevamento del bestiame e accompagnata dalla coltura di piante
tessili e di qualche verdura.
La civiltà greco-romana diffuse alberi da frutta di origine orientale e
la vite. Sino al XVIII secolo, in cui si ebbe un incremento notevole
della popolazione da nutrire, le tecniche agrarie rimasero ferme ai
sistemi di coltivazione che si erano perfezionati durante il medioevo
(sistema della rotazione in tre campi). Tra il 1700 ed il 1800 divenne
comune in tutta Europa la soppressione del riposo annuale dei campi
coltivati a cereali, grazie all’introduzione di specie come la patata e
la barbabietola e al perfezionamento delle praterie artificiali. Così
nel secolo scorso in tutta l’Europa l’agricoltura era una forma
migliorata delle coltivazioni antiche. Riusciva bene o male a nutrire le
popolazioni agricole che raggiungevano attorno al 1850 la più alta
densità registrata. Ciascuno faceva il suo pane, il suo olio e badava al
poco bestiame che forniva soprattutto lavoro e concime.
Alla fine dell’800 e con i primi anni del nuovo secolo si assiste ad una
trasformazione profonda sia dei- sistemi di coltivazione sia soprattutto
del paesaggio agrario: l’antica policultura (dal greco polys, molto =
coltivazione di molte specie agricole) era sufficiente a nutrire la
piccola comunità rurale che dedicava tutto il suo lavoro alla conduzione
della terra, ma non era sufficiente alla crescente richiesta delle città
in espansione sotto la spinta della Rivoluzione Industriale. Così mentre
cominciavano a diminuire rapidamente coloro che si dedicavano al lavoro
nei campi, l’agricoltore europeo si specializzò nella produzione del
vino, dell’olio, delle piante tessili, dei fiori ecc. rispondendo di
volta in volta alle richieste che provenivano dalle città e cercando di
adattare questa specializzazione alle condizioni umane e naturali delle
diverse regioni.
Oggi in Europa è largamente diffusa la meccanizzazione del lavoro
agricolo e, pur con le differenze dovute alla specializzazione, le
tecniche fondamentali, i sistemi di coltivazione si sono piuttosto
uniformati.
Ciò che è tuttora molto variato è l’aspetto del paesaggio vero e
proprio:
nel centro e nord Europa ritroviamo un paesaggio di campi aperti
(champagne in francese, openfield in inglese), nudi, non cintati, campi
coltivati che si presentano enormemente lunghi rispetto alla larghezza,
con assenza o quasi di alberi; gli insediamenti della comunità rurale
sono raggruppati a formare più o meno grandi borghi.
Lungo le coste atlantiche sino alla Scandinavia e alla Finlandia si
ritrova il paesaggio agrario cosiddetto a campi chiusi (bocage o enclos
in francese, Heckenlandschaft in tedesco).
Ciascuna proprietà in questo tipo di paesaggio è rigorosamente
delimitata, cintata da difese e barriere, i campi hanno una forma
quadrata e le abitazioni dei coltivatori appaiono disperse, distribuite
su tutto il 4erritorio oppure in piccoli centri che raggruppano poche
famiglie. Sono spesso presenti resti di primitivi ecosistemi forestali
ma appaiono ritagliati e suddivisi. A questo paesaggio rurale, che si
spinge al massimo con le sue vette sino ai 400-600 m sul livello del
mare, segue la prateria adibita al -pascolo comune, se la regione è
montana.
Il mondo agrario mediterraneo presenta il terzo grande tipo di paesaggio
in Europa. In realtà non si può parlare di un unico tipo di paesaggio
esteso su tutte le coste mediterranee. Alle diversità geografiche e
storiche, che sono numerosissime, corrisponde una “ discontinuità” anche
nel paesaggio agrario.
Nel mondo mediterraneo un’agricoltura del tipo che si è sviluppato nel
centro e nord Europa non sarebbe possibile per i caratteri geografici
stessi di questa regione. Ancor più generalmente le possibilità agricole
del mondo mediterraneo sono estremamente contrastate dalla forma del
territorio e dalla secchezza del clima. L’arboricoltura è diffusa
(olivo, vite, alberi da frutta) e, dove l’agricoltore è riuscito a
organizzare un qualche sistema di irrigazione, queste zone aride sono
capaci d’una produzione notevole.
La montagna e le brevi pianure contrastano drammaticamente e
l’agricoltore ha saputo con pazienza ritagliarne le pendici in terrazze
conquistando terreno coltivo alla montagna altrimenti destinata al
pascolo di poveri greggi di ovini o caprini. una lunga storia con fasi
alterne; ora l’agricoltore saliva alla montagna ora il pastore
riconquistava lo spazio prima perduto.
Tutte queste vicende si possono vedere nel paesaggio estremamente vario
delle regioni mediterranee: campi piccoli e grandi di forme irregolari o
regolari ora cintati da interminabili muretti di pietra ora aperti.
Forse l’aspetto più tipico della coltivazione di questa regione europea
così diversa e frammentata è data dal paesaggio delle “ville” in Italia
e delle huertas in Spagna. In esse la cultura intensiva è praticata
all’estremo limite (coltura promiscua) e pur essendo un tipo di
paesaggio agrario estremamente limitato nello spazio è in grado di
soddisfare i bisogni di una famiglia che può vivere coltivando solo
30-40 are di terreno. Si coltiva praticamente su due piani in uno stesso
appezzamento: gli alberi ed ai loro piedi gli ortaggi e le colture
erbacee.
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